S.  T a m m a r o

VESCOVO  E  CONFESSORE  DELLA  FEDE

 

N O T E    S T O R I C H E

Nella Bibliotheca Sanctorum, edita anni or sono da Città Nuova, alla voce Tammaro si legge testualmente:

"Tammaro (Tàmaro, Tambaro), vescovo di Atella (?) o di Benevento (?), santo. è un santo di epoca imprecisata, venerato in varie località della Campania; indizi del suo culto sono attestati da chiese e documenti non anteriori al sec. XII. Una Vita romanzata, (...) attribuita al sec. XIII, narra che Tammaro, nobile giovinetto romano, portatosi a Pozzuoli, dimorò per tre anni a Lucrino in compagnia dei santi Marcellino, Erasmo e Pietro. Sfuggito ai gentili (pagani), che l’avevano portato a Sorrento, tornò a Lucrino, poi si trasferì a Casacellere ed infine a Vico di Pantano (Villa Literno), ove si dice morì e fu sepolto (...)".

Ma la tradizione storiografica locale riguardo al nostro Santo ha sempre e solo tenuto conto di un altro documento, la Vita S. Castrensis, che i critici storici definiscono di carattere leggendario e redatto a Capua o a Sessa nel XIII secolo.

Secondo tale scritto S. Tammaro apparterebbe ad un gruppo di dodici vescovi africani, incorsi nella persecuzione dei Vandali fra il 439 e il 440. I persecutori, visti vani tutti gli sforzi compiuti e le torture escogitate per far rinnegare ai santi Pastori la fede cattolica, idearono un piano diabolicamente crudele per distruggerne definitivamente la memoria. Dopo averli legati li imbarcarono su una vecchia nave sfondata e senza timone, con la brama di vederli affogare in alto mare e finire in pasto agli squali. La Vita fornisce i dettagli sull’imbarco e i nomi delle dodici vittime. A bordo della nave furono fatti salire nell’ordine Rosio, il più anziano, poi il nobile Secondino, quindi Eraclio, strenuo predicatore del Vangelo, Benigno, Prisco, Elpidio, Marco, Augusto, Canione e Vindonio, Castrese fu sistemato a poppa come comandante; a Tammaro, altrettanto beffardamente, fu affidata la prua.

L’imbarcazione però, per intervento divino, con la guida di un angelo, lasciate le coste dell’Africa settentrionale, dopo un viaggio tranquillo attraverso il mar Mediterraneo, approdò a Volturnum (Castel Volturno), da dove i Santi partirono alla volta di città e luoghi diversi della Campania, con lo scopo di diffondervi la fede di Gesù Cristo.

La Vita S. Castrensis fu ritenuta attendibile da storici locali come il Monaco, il Sarnelli ed il Mazzocchi; la giudicarono verosimile anche storici di più larga fama, quali il Baronio e l’Ughelli. Nella prima metà di questo secolo il documento fu minuziosamente studiato prima dal Lanzoni e poi dal Mallardo, che lo definirono un’accozzaglia di errori cronologici e di favole, da cui fortunatamente riescono a salvarsi le sole figure dei santi Vescovi, protagonisti delle vicende in esso narrate, i quali altri non sono che Santi oriundi della regione campana.

Sicché, essendo Tammaro un santo appartenente ad un'epoca molto remota, i fatti della sua vita sono avvolti da un miscuglio di storia, di miti e di leggende, da cui emerge intatta soltanto la persona del Santo, che è un vescovo e confessore della fede cristiana del V secolo.

Gli storici locali, attingendo a fonti purtroppo non citate, se non addirittura alla fantasia, ritennero S. Tammaro vescovo di Cartagine, probabile discepolo del grande Padre della Chiesa S. Agostino d'Ippona ed avente un'età di 30 o 40 anni al tempo della presa di Cartagine (439 - 440). Dapprima catturato, imprigionato e torturato, e poi esiliato per via mare dai Vandali di Genserico, avrebbe raggiunto il porto di Castel Volturno il 10 maggio dell'anno 440. Secondo altri sarebbe approdato a Cuma o a Liternum (Villa Literno).

Giunto in Campania S. Tammaro si sarebbe ritirato a vita eremitica tra Morcone e Campolattaro, vicino a Benevento, presso il fiume che da lui avrebbe preso il nome, il Tammaro. Da qui il Santo, per gli alti e riconosciuti meriti, sarebbe stato chiamato a reggere la sede episcopale beneventana, e di Benevento sarebbe stato vescovo dal 465 al 490, dopo Doro II e prima di S. Sofia.

Lo storico capuano Michele Monaco, invece, opina che il nostro Santo, prima di essere acclamato vescovo di Benevento, visse da eremita presso le sponde del Clanio, nel territorio di Capua.

S. Tammaro, infine, sarebbe morto il 15 ottobre probabilmente del 490, all'età di circa 80 anni. I beneventani eressero in sua memoria una chiesa sul suo romitorio, divenuta meta di pellegrinaggi. Di essa, oggi, non esistono più tracce.

Fin dal XIV secolo, con la presenza di chiese in suo onore, il culto di S. Tammaro è attestato a Carinola, Pontelatone, Casacellere, Giuppo, S. Andrea del Pizzone, Villa di Briano, Casaluce e Castro dei Volsci (Frosinone). Tuttavia i luoghi in cui il Santo è tenuto maggiormente in culto e di cui è considerato Patrono sono San Tammaro (CE), in arcidiocesi di Capua, Grumo Nevano (NA) e Villa Literno (CE), in diocesi di Aversa.

Il nome di S. Tammaro è ignoto al Calendario Marmoreo di Napoli del IX secolo, mentre è ricordato dal Martirologio Romano al 1 settembre insieme a quelli degli altri compagni vescovi con le seguenti parole:

"A Capua san Prisco Vescovo, il quale fu uno di quei Sacerdoti che, nella persecuzione dei Vandali, per la fede cattolica diversamente tormentati e posti su una vecchia nave, pervennero dall'Africa ai lidi della Campania, e sparsi in quei luoghi, e posti al governo di diverse Chiese, propagarono mirabilmente la religione cristiana. Furono anche suoi compagni Castrense, il cui giorno natalizio si celebra l'undici febbraio, Tammaro, Rosio, Eraclio, Secondino, Adiutore, Marco, Augusto, Elpidio, Canione e Vindonio".

Si noti che il Martirologio Romano, promulgato nel 1584 da papa Gregorio XIII certamente con la consulenza di Cesare Baronio, si rifà in pieno alla Vita S. Castrensis, nella quale si legge: "Fra questi (i santi Vescovi) in modo particolare splendevano per meriti, ottimi costumi e dottrina Rosio, Prisco, Tammaro e l'eccelso san Castrese". Infatti i nomi di questi quattro Santi sono i primi elencati nel Martirologio.

Il secondo, il quarto ed il quinto fra i calendari longobardi della Chiesa di Capua, pubblicati da Michele Monaco, ricordano S. Tammaro al 16 gennaio dopo S. Marcello papa e martire. Il secondo da al nostro Santo il solo titolo di vescovo, il quarto e il quinto vi aggiungono quello di confessore.

La Chiesa beneventana celebrava la memoria di S. Tammaro, riportata dal calendario di S. Maria in Gualdo, il 15 ottobre, data presunta della sua morte. A Benevento la devozione verso il nostro Santo era così viva, che il suo nome fu incluso nelle litanie die santi della Chiesa locale. La festa veniva celebrata con la recita dell'Ufficio divino dal comune dei santi vescovi e confessori, ad eccezione dell'orazione e della quarta lezione del notturno, che erano propri. Con l'orazione si pregava: "O Dio, che hai voluto illustrare con mirabile santità il tuo beato confessore e vescovo Tammaro, fa che per i suoi meriti e la sua intercessione abbiamo la grazia di partecipare alla gloria del cielo". E nella lezione del notturno si leggeva testualmente: "Secondo la tradizione Tammaro è uno di quei (vescovi) che, durante la persecuzione dei Vandali del V secolo, furono cacciati dalla loro terra e imbarcati su una nave sfasciata senza vele e senza remi. Approdati alle coste della Campania con l'aiuto di Dio, come gli altri anche Tammaro andò predicando il Vangelo di Cristo. Fu posto a capo della Chiesa di Benevento dopo la morte di Doro II. Certamente egli ricoprì con diligenza tale ufficio; infatti rifulse per la santità della vita, la fede, l'opera di pace e l'esercizio delle altre virtù. Infine morì dopo una vita colma di miracoli; a lui successe il martire S. Sofia. Le sue reliquie si custodiscono nella chiesa cattedrale, e in questo giorno anniversario della sua morte tutta la città accorre a venerarle con grande devozione".

Recentemente la celebrazione della festa di S. Tammaro è stata reinserita nel Proprio della Chiesa beneventana.

Le reliquie di S. Tammaro si conservavano sotto l’altare maggiore della cattedrale di Benevento, insieme a quelle di altri santi. Il 10 novembre 1687 il cardinale arcivescovo Vincenzo Maria Orsini ne operò un’attenta ricognizione. Un secolo più tardi, prima del 1799, pare che furono traslate a Montevergine per conservarle maggiormente al sicuro. Oggi, come memorie del Santo a Benevento si custodiscono la lamella plumbea di identificazione, una volta poggiata sulle reliquie di S. Tammaro; il bellissimo ed importante sarcofago romano contenente i sacri resti, che era collocato sotto l’altare centrale del duomo, e il catalogo delle reliquie, inciso su piombo e marmo, edito a stampa nel Synodicon beneventano del 1723.

A Villa Literno e a Grumo Nevano in diocesi di Aversa, altra Chiesa che pretendeva che il suo nome fosse inserito nella lista episcopale dell’antica Atella, S. Tammaro è celebrato il 16 gennaio. A Grumo il Santo è ricordato con una ulteriore grande festa nella prima domenica di settembre.

Il culto di S. Tammaro, più che altrove, pare che debba avere un certo primato nell’arcidiocesi di Capua, precisamente in questo luogo, dove sia la Parrocchia che il Comune sono chiamati proprio come il nome del Santo.

In realtà a San Tammaro, a partire dai primi anni del Seicento, è andata consolidandosi una forte devozione verso la Madonna della Libera, la quale ha fatto scendere in secondo piano quella per il santo Patrono e Titolare, fino al punto che attualmente questo paese risulta essere il terzo, dopo Grumo Nevano e Villa Literno, in ordine all’entità del culto dell’antico santo Vescovo beneventano.

Fino al secolo scorso a San Tammaro si celebravano due feste in onore del Santo Patrono e Titolare: una il 16 gennaio e l’altra la prima domenica di settembre.

La festa di gennaio, arricchita di un’indulgenza di sette anni, consisteva in un triduo, primi vespri e Messa in musica, ed era finanziata dalla Confraternita del santissimo Corpo di Cristo; in occasione dell’altra di settembre, che si svolgeva con le offerte di tutto il popolo, aveva luogo anche la processione.

La festa del 16 gennaio in passato era estesa a tutta l’arcidiocesi di Capua, che del nostro Santo usava l’ufficio divino, la Messa e l’orazione propri della Chiesa beneventana.

Oggi a San Tammaro, abolita quella di settembre probabilmente sul finire dello scorso secolo, si celebra soltanto la festa del 16 gennaio con triduo, primi vespri, Messa in musica e processione.

Per circa tre secoli la festa di S. Tammaro fu caratterizzata da un fatto particolare. Si trattava di un atto umanitario, espletato in favore di una rappresentanza dei poveri locali, voluto per disposizione testamentaria del parroco don Mario Carrese (1 agosto 1639). Quel sacerdote lasciò ai suoi eredi un capitale, con il quale il 16 gennaio di ogni anno si offriva la dote matrimoniale ad una fanciulla bisognosa del paese, di età compresa fra i dodici e i venti anni, il cui nome si estraeva a sorte dopo la Messa solenne di tal giorno da due amministratori comunali e da altri deputati alla scelta.

 

Come altrove si usa fare in occasione della memoria liturgica di S. Antonio abate e S. Antonio di Padova, così a San Tammaro nella festa del santo Protettore si benedicono il pane e gli animali. Tale consuetudine è senz'altro secolare, e trae la sua origine da un miracolo attribuito a S. Tammaro, poi tramandato di generazione in generazione con tutte le note distintive di una pia leggenda. Si vuole infatti che il santo Vescovo africano, una volta giunto nella nostra regione dopo il fortunoso viaggio attraverso il Mediterraneo a bordo della sfasciata nave vandalica, abbia vissuto da pellegrino e messaggero del Vangelo di Gesù Cristo elemosinando il pane. Un giorno, passando di casa in casa, giunse ad una misera abitazione rurale dei dintorni della città di Capua. Chiestavi la carità di un tozzo di pane, il Santo senti' opporsi un accorato rifiuto. La famiglia che abitava in quel tugurio era piombata nella più angosciante povertà, a causa della morte di un bue, loro unico mezzo di sostentamento. S. Tammaro si fece condurre nel luogo ove giaceva esanime l' animale; lo guardò, elevò una fervida preghiera a Dio fonte della vita, e grazie al suo intervento esso balzò in piedi vivo e sano con la gioia dei suoi padroni. Fu allora che questi corsero dietro al benefico viandante, e in segno di gratitudine gli offrirono il pane da lui mendicato nel nome di Cristo.

Si ritiene che questo prodigio sia all'origine dell'appellazione della chiesa e del nostro Comune con il nome di S. Tammaro, nonché dell' inserimento dell' immagine del bue nello stemma municipale. Ma ad onor del vero, bisogna riconoscere che tale vicenda portentosa , di cui il Santo fu il principale protagonista, non è ignota agli ambienti di Grumo Nevano e Villa Literno.

Un altra tradizione tammarese è quella delle torce, che sono grossi ceri ornati di nastri variopinti, recati da alcune fanciulle durante la processione del lunedi' in Albis. La sua nascita non è legata solamente al culto della Madonna della Libera. Infatti nel verbale della visita pastorale fatta alla nostra chiesa parrocchiale il 29 Ottobre 1710 si legge testualmente:

 

"(Al Cardinale Arcivescovo visitatore) fu riferito che nella detta Chiesa (di San Tammaro) in occasione delle quattro feste, soprattutto nelle due feste di S. Tammaro, c'è l'usanza di camminare in processione nella medesima Chiesa portando le torce. La cosa avviene con mancanza di rispetto verso il sacro luogo".

 

Nel suddetto documento si legge inoltre:

 

"Il Reverendissimo (Signor Cardinale) perciò ordinò che la processione si facesse fuori, nell'atrio della Chiesa, proibendovi la partecipazione delle donne sotto pena di scomunica".

 

Oggi la processione con le torce si compie in maniera ordinata fuori la chiesa; i ceri vengono portati esclusivamente dalle donne, ma tutto si fa nel rispetto delle norme prescritte dall'ordine e dal decoro.

   

 

Le presenti note storiche su S. Tammaro sono state curate dal Parroco sacerdote " don Felice Provvisto "