Maria  SS.ma  Della  Libera

Cenni storici

A cura del Parroco don Felice Provvisto

 

            Agli inizi del Seicento nella chiesa parrocchiale di San Tammaro si verificò un miracolo causa occasionale della nascita del culto locale della Madonna della Libera che, sviluppatosi progressivamente con lo scorrere dei secoli, ha in qualche modo superato quello del Santo patrono e titolare.

            I particolari del sensazionale e straordinario avvenimento, che interessò le cronache non solo del piccolo casale di San Tammaro, ma tutto il circondario, si leggono negli atti dell'istruttoria che servì per l'avvio della causa di canonizzazione del cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621 ), arcivescovo di Capua dal 1602 al 1605, al cui intuito di uomo di Dio i testimoni oculari attribuirono il movente dell'episodio miracoloso. Ma andiamo subito alla fonte. 

            A deporre quanto segue è un teste di San Tammaro, Paolo Emilio di Benedetto di anni 40 che tutto ha visto con i suoi occhi e udito con i propri orecchi: 

            "Io sò questo, che nel casale di S(anto) Tambaro ci era una Donna nomine Pauonessa, la quale era tenuta per spiritata communemente, perche erano molti giorni, e mesi, che faceua atti, e strepiti soliti farsi da spiritata, et una volta per darli aiuto, io con altre persone la portassimo alla Chiesa nostra di S(anto)Tambaro, doue lo nostro Parochiano, che era all'ora D(on) Ettore d'Errico la fece portare dentro la Sacristia, e l'ha vestito con sepperliccia, e stola la esorcizò, et io teneuo quella, che faceua strepiti grandissimi, e se li vedeua gonfiare la gola, et in particolare se li fece uno fumo de Scarponi, et Zolfo, e non lo poteua tollerare; per tanto lo Curato nostro sudetto, e noi altri fuimo di parere, e ci risoluemo di portarla in Capoa al Sig (nor) Cardinale Bellarmino, all'ora Arciuescouo di detta Citta, perche intendevamo, che faceua Vita da Santo, e così la mattina seguente, io con alcuni altri, et in particolare mi ricordo un Coll'Antonio de Benedicto mio Zio, con altri, e poi in Capua trouassimo il Dottor Scipione Forgillo, che ci accompagnò dal Signor Cardinale, dove in tempo, che gionsimo al Palazzo ci fermassimo al Salone grande, e fecimo intendere al Sign(or) Cardinale, che eramo noi  lì, et esso Cardinale uscì sino al Salone, e la Donna spiritata vedendo il Sig(nor) Cardinale, subito s'inginocchiò, e cominciò a dire lo Santo Cardinale, et esso Sign(or) Cardinale se li accostò con una bocca ridente, e li fece lo signo della Croce in fronte con il deto suo, e disse, andate, siate benedetta: d'onde partiti noi quella Donna per strada sempre andaua dicendo lo Santo Cardinale, et arriuata poi nel Casale la portassimo in casa sua, e perche io abitaua vicino, et all'incontro della casa di d(etta) Pauonessa, non lo sentiua più fare quelli strepiti di prima, et le Donne del Vicinato l'una all'altra, non sapete, che Pauonessa dopo essere andata a Capua, et auuta la Benedittione del Cardinale sta quieta, e non fà più quelli strepiti, e di lì poi a tre giorni, o quattro andò da per se sola alla Chiesa, e si pose inginocchiata auanti l'Altare et qui era un'Immagine della Madonna Santissima, mentre staua così inginocchiata, diceua, che vuole questo Cardinale da me, poiche vuole, che io me ne vada, me ne voglio ire, e nell' istesso tempo disse, che quell'Immagine si chiamava la Madonna della Libera, così, come stando nella Casa, aveua detto, portatemi alla Madonna della Libera, e nissuno di noi dello Casale sapeua quale fusse quest'Immagine della Libera, e d'allora in poi d(etta) Donna stette sempre quieta, e parlò con proposito, e fù tenuta per liberata, e comunemente tutti giudicammo, che il Sig(nor) Cardinale faceua Oratione per quella, quando diceva quelle parole, Che vuole il cardinale da me". 

                Segue la deposizione di un altro tammarese, Scipione Forgillo di anni 50, che integra la precedente:

                "Io non sò altro di questo, ch'essendo vessata da spiriti maligni una Donna nel Casale di Santo Tambaro Casal di Capua nomine  Pauonessa  Pratella, fù portata auanti il Sign(or) Cardinale, quale l'interrogò nell'Arcivescouato, e proprio nella Cappella del Santissimo Sagramento, dandoli alcune interrogationi, e di poi ordinò, che ne la portassero, quale essendosene ritornata in detto Casale in sua Casa, di lì a pochi dì, andai alla mia Massaria, che sta in d(etto) Casale, e passando per vicino la casa di d(etta) Pauonessa insieme col'Antonio, e Paolo Emilio de Benedicto, quali mi dissero, entramo a vedere Pauonessa spiritata. Io ripugnai di non volerui entrare, pure alla fine, a persuasione delli detti entrai, e la trouai la d(etta) Pauonessa in letto colcata con un  mazzo di fiori in mano, la salutai e mi rispose, ben venuto, e mi assentai con li predetti de Benedicto, e li dimandai chi erano quelli spiriti, che vessauano essa Pauonessa, mi rispose, che erano quattro, o cinque, e fra gl'altri mi disse, che era Lucania Donna, che certi anni prima era stata ammazzata in d(etto) Casale, e li dimandai il modo, et in che luogo fusse morta, e chi l'ammazzò, e mi racconto il modo della morte, fra questo ragionamento viddi, che d(etta) Pauonessa si torceua, dicendo, che vuole il Cardinale Bellarmino da noi; gran fastidio ci dà il Cardinale, bisogna, che ce n'andiamo, e così la lasciai, e me né venni  in Capoa, e raccontando questo fatto, mi fù detto da alcuni domestici del Sig(nor) Cardinale, che da quel dì, che vidde d(etta) Pauonessa fé Oratione particolare, e digiunò alcuni giorni, e di lì  a tré, ò quattro dì, venuto, che fui da d(etto) Casale, e che feci d(etto) ragionamento con d(etta) Pauonessa, io intesi, che era sanata, e che li spiriti l'aueuano  lasciata libera per l'Orationi del Signor Cardinale, e così diceuano, che diceua detta Pauonessa, e così s'intese publicamente per tutto". 

                Cogliamo ora i vari elementi della singolare vicenda, che emergono da un'attenta lettura dei due documenti. 

                a.  Le  dichiarazioni appena riportate vengono emesse dinanzi a Muzio Vespasiano, vicario generale dell'arcidiocesi di Capua tra il 1621 e il 1641, e  al notaio Claudio Parisi, e rientrano fra gli atti preliminari del processo diocesano finalizzato a provare la  santità del cardinale Roberto Bellarmino, morto a Roma il 17 settembre 1621.

                b.  Tra il 1602 e il 1605, tempo in cui il Bellarmino è arcivescovo di Capua, a San Tammaro nasce il caso di una donna indemoniata conosciuta con il nome di Pavonessa Pratillo, che confessa pubblicamente di essere posseduta da quattro o cinque spiriti maligni, fra cui quello di una certa Lucania Donna, morta ammazzata a San Tammaro pochi anni prima. 

                c.  Paolo Emilio di Benedetto e altri, prendendo a cuore le buone sorti della sventurata, la conducono dal parroco del paese don Ettore d'Errico che, nonostante un esorcismo fatto con tutti i crismi, non riesce a liberarla dal potere del diavolo. Il rito si compie nella sacrestia della chiesa parrocchiale di S. Tammaro, che all'epoca si trovava proprio dove ora sorge la cappella della Madonna della Libera. 

                d.    Paolo Emilio di Benedetto, suo zio Nicola Antonio di Benedetto ed altri, accogliendo la proposta del parroco, portano allora la donna dal cardinale Bellarmino ritenuto da tutti un santo. 

                e.  Il dottor Scipione Forgillo, notabile di San Tammaro, si fa trovare già a Capua, e guida Pavonessa e i suoi accompagnatori al cospetto dell'uomo di Dio. 

                f.    Il Bellarmino riceve la comitiva nel salone del primo piano dell' episcopio, e alla sua vista la povera donna si emoziona ed esclama  continuamente:     "Il santo cardinale! Il santo cardinale!".   

                g.   L'arcivescovo fa trasferire gli ospiti in cattedrale, dove nella cappella del santissimo Sacramento interroga l'ossessa, poi sorridendo, le traccia con un dito il segno della croce sulla fronte dicendo: "Siate benedetta". Quindi la congeda. 

                h.     Accomiatatisi dal Bellarmino i presenti riaccompagnano a San Tammaro la donna, che per via non fa altro che ripetere:"Il santo cardinale! Il santo cardinale!".    

                i.    Giunta in casa sua Pavonessa si mette a letto in preda a violente convulsioni, alternate da momenti di serenità. Il dottor Scipione Forgillo le fa visita, ascolta dalla bocca dell'infelice il racconto raccapricciante dell' uccisione di Lucania Donna, e poi la vede contorcersi violentemente mentre grida:"Che vuole il cardinale Bellarmino da noi! Gran fastidio ci da il cardinale! Bisogna che ce ne andiamo!... Portatemi alla Madonna della Libera!".        

                l.   Tutti si chiedono sconcertati cosa voglia intendere l'energumena quando implora: "Portatemi alla Madonna della Libera !".   

                m.     Mentre questa soffre e si dimena nel letto, lo riferiranno pochi giorni dopo i domestici del cardinale al Forgillo, il Bellarnino prega incessantemente e digiuna per lei. Intanto a San Tammaro corre  la nuova dell'intervento miracoloso dell' arcivescovo a beneficio della sventurata.  

                n.      Tre o quattro giorni dopo l'incontro con il cardinale Pavonessa tranquillamente esce di casa, e senza l'aiuto di nessuno entra nella chiesa parrocchiale di S. Tammaro. Qui si inginocchia davanti all'altare maggiore, al di sopra del quale é dipinta un'immagine della Madonna con il Bambino, e qualcuno la sente dire: "Che vuole questo cardinale da me?  Poiché vuole che io me ne vada, me ne voglio andare!";     e poi:     "Questa immagine é la Madonna della Libera!".     

                o.   I testimoni osservano e ammettono che da questo momento Pavonessa Pratillo é completamente guarita dal suo male, miracolata per le preghiere del Bellarmino e l'intercessione della Madonna. 

                Da quanto esposto finora emerge chiarissimo il ruolo preminente della santissima Vergine nella guarigione dell'ossessa di San Tammaro. Questa, per la prima volta, strumento delle meraviglie di Dio, "liberata" dalle potenze del male per la mediazione della Madre di Cristo unico mediatore e liberatore, da il titolo "della Libera" all'effige di Maria, fino ad allora venerata senza titolo alcuno nella chiesa di S.Tammaro.

                 L'immagine della Madonna della Libera, davanti alla quale si inginocchiò in preghiera e fu sanata    l'ossessa Pavonessa Pratillo al principio del Seicento, consisteva in una pittura su parete, nel mezzo di una serie di affreschi di altri santi, che ornavano l'abside centrale della chiesa parrocchiale di San Tammaro. L'intero ciclo pittorico era antichissimo, e non fu trovato in buono stato di conservazione nel corso della visita pastorale del 18 gennaio 1609, dato che il visitatore arcivescovile ne decretò subito il restauro perché in parte deiecta, et cancellata, le pitture erano in parte staccate o scomparse propter  antiquitate, et vetustate,   a causa dell' antichità e dell'usura del tempo. 

                Il documento del 1609, appena citato, offre la possibilità di ritenere che la nostra effigie risalisse all'epoca della fondazione della chiesa ( XII-XIV secolo) o, al più tardi, alla  seconda metà del Quattrocento, quando l'arcivescovo aragonese Giordano Caetani (1447-1496) intraprese una vasta opera di ricostruzione e di abbellimento degli edifici sacri dell'arcidiocesi di Capua. 

                Prima del 1710 furono aboliti gli affreschi laterali dell'abside e lasciata la sola icona della Madonna della Libera, che compariva in una nicchia con cornice riccamente decorata di stucchi indorati, protetta da una porta di vetro, come si legge testualmente nel verbale della visita pastorale del 29 ottobre di quell'anno, secondo cui il prelato visitatore   "(...)   supra Altare p(raedi)ctum inspexit sacram Imaginem B(eatae) M(ariae) V(irginis) in pariete depictam in sua nicchia ornamentis ex stuccho deaurato confectis pulchre ornatam et occlusam vitreis cratribus".    

                Al 20 gennaio 1767 risale un'altra interessante descrizione del ritratto della Madonna della Libera: "Nel mezzo del muro dell'Altare Mag(gior)e vi é in forma quadrata dentro muro dipinta Maria S(antissim)a sotto il tit(ol)o della Libera col Bambino nel seno: questa viene circondata da una cornice di stucco posto in oro, e da varie teste d'Angeli di stucco altresì dorati: nella parte superiore poi di d(ett)a effigie vi sono due Angioli grandi dell'istessa materia composti, e questi in atteggiam(en)to di adorare la V(ergine) S(antissim)a. Questa imagine viene rinchiusa da una vitriata, e coverta da un pannetto di seta rosso, sotto del quale vi sono due cornocopi d'ottone sopra de quali vi sono due candele di cera".  

                Più che da rare fotografie risalenti a qualche decennio fa, da alcune litografie che nell'Ottocento circolavano tra i devoti fedeli in almeno cinque esemplari e misure differenti, stampate in zona o presso le tipografie napoletane Scafa e Spano, conosciamo i dettagli della preziosa e antica immagine della Madonna, purtroppo abbattuta durante i lavori di restauro della chiesa effettuati negli anni tra il 1969 e il 1976. 

                L'effigie consisteva in un affresco di circa 1,5 mq. di forma rettangolare, raffigurante Maria santissima nel mistero della sua divina maternità. La Vergine era ritratta fino ai lombi, rivestita di una tunica di tenue colore rosso, orlata di trina bianca intorno al collo e cinta ai fianchi. Un manto celeste che scendeva dal capo aureolato in maniera simmetrica ricopriva l'intera figura, lasciando appena scoperte due ciocche di capelli perfettamente ripartiti ai lati della fronte. Il viso dolcissimo della Madonna, con occhi luminosi e teneri che esprimevano soave compiacenza mista ad assorta contemplazione, era rivolto verso chi la ammirava e venerava. Con le mani la santissima Vergine amorevolmente manteneva dischiuso, alzandone due lembi fino ad una giusta altezza, un candido pannolino che assumeva la forma di una comoda culla. In esso si vedeva il Bambino Gesù senza fasce, che dormiva disteso su un fianco appoggiando la testa aureolata sul braccio destro piegato e a sua volta sorretto da un guanciale ornato di un nobile fiocco. Ai lati del capo della Madonna, sospese fra le nubi, erano dipinte due coppie di teste di puttini adoranti.

Volendo inquadrare la nostra immagine nei canoni della iconografia mariana, la si potrebbe accostare in qualche modo all'icona  "Blachernitissa", così chiamata dal santuario di Blacherne a Costantinopoli, dove si venerò fino al 1453 prima che un incendio la distruggesse. La Vergine vi era rappresentata a mezzo busto o interamente, con le braccia aperte e alzate al cielo, in atto di intercedere per gli uomini, con il Bambino stretto a se, spesso inquadrato da un disco o medaglione.

Dai pochi documenti di cui  disponiamo possiamo conoscere la storia della progressione dell'attaccamento filiale e della devozione dei fedeli cristiani di San Tammaro alla Madonna della Libera. In un inventario parrocchiale del 14 ottobre 1700 si legge che all'epoca alcuni Tammaresi benefattori avevano intestato ai parroci pro tempore oltre 18 moggi di terreno e 350 ducati  (una somma pari a 60-80 milioni di lire di oggi), perché con le relative rendite finanziassero il culto all'altare maggiore dedicato alla Madonna.  

Tra il 1698 e il 1703 la Confraternita del SS.Corpo di Cristo sorta nella prima metà del  XVII  secolo, cui dopo il culto del santo Patrono era devoluta la manutenzione generale della chiesa, assunse anche il titolo della Madonna della Libera, come si desume dagli atti di una visita pastorale di quegli anni: "(Il visitatore) invenit esse Confraternitas B(eatae) M(ariae) Virginis della Libera, et est eadam Confraternitati Corporis Christi, et Cappellae S(anc)ti Tammari.

Entro il 1740 la nostra chiesa parrocchiale fu arricchita del nobile e pregevole cassettonato della volta della navata centrale, in legno intarsiato, indorato e dipinto, in cui si fanno bella mostra cinque dipinti su tavola di ignoto autore. I quattro agli angoli raffigurano i re Davide e Salomone e i profeti Isaia e Geremia; in quello centrale, più grande dei precedenti, il committente, che credo si possa individuare nel parroco don Francesco De Caprio  (1698-1714), volle che si dipingesse la Madonna della Libera contemplata dai SS.Tammaro e Francesco d'Assisi. Qui il pittore settecentesco si é alquanto discostato dal modello della Vergine dell'antico, preesistente affresco, rappresentando la Madonna con le braccia non aperte simmetricamente, e con lo sguardo luminoso rivolto al Figlio, che eccezionalmente é desto e si intrattiene in affettuoso e spirituale colloquio con S.Tammaro,  il cui viso estatico e gioioso esprime chiaramente il secolare legame con la Madre di Dio, manifestato in una sorta di gemellaggio nel duplice culto che riscuotono presso i fedeli Tammaresi. Inoltre l'artista, avendo a disposizione maggiore spazio, ha reso ancor  più viva la mistica scena con un indovinato gioco di diciotto puttini, dei quali ben nove  fanno da sostegno al Bambino.

Prima del 1767, affermandosi sempre più il culto della Madonna con questo titolo, si abbellì la facciata della chiesa con un affresco sulla porta centrale riproducente la santissima Vergine della Libera. Considerando che all'epoca gli ingressi del sacro edificio erano solo due, sull'altro verso la strada comunale (oggi via Capitelli) fu disegnata un' immagine di S. Tammaro. La terza porta, quella dal lato del campanile, fu aperta dopo il 1776 e prima del 1845.

Nello stesso periodo i fedeli devoti vollero intitolare alla Madonna una campana di 230 rotoli di peso (oltre due quintali), consacrata dall'Abate del Monastero di Montevergine  di Capua.

Nei primi decenni dell'Ottocento si registrò un notevole consolidamento della devozione alla Madonna della Libera ed ebbe inizio tra i fedeli  l'usanza di offrire come "ex voto" per grazie ricevute oggetti d'oro, ad ornamento della sua venerata immagine. Infatti in un inventario del 3 novembre 1838, redatto in occasione delle dimissioni del parroco don Giuseppe Castiello (1831-1838), si elenca per la prima volta "una collana di oro, con un laccio anche di oro della Madonna della Libera, ed uno copripetto della medesima anche di oro composto di fili d'oro di varie qualità, cuori  e coralli". 

"Che gli ex voto, sia oggettuali che dipinti, leggiamo nel Nuovo Dizionario di Mariologia (ed. Paoline, 1985), costituiscano l'espressione visiva dell’implorazione e del ringraziamento e, più fondamentalmente ancora, l’attestazione pubblica del voto fatto, è oggi abbastanza pacifico. Forse qualche differenza, nella manifestazione della gratitudine, si può ravvisare tra certi ex voto oggettuali e le tavolette votive: gli ex voto, consistenti in collane, anelli, orecchini d’oro e altri oggetti preziosi, sono si espressione di rendimento di grazie e attestazioni del miracolo avvenuto, ma rappresentano anche una sorta di compenso paritetico per ristabilire l'equilibrio comunitario dell'avere e del dare. (...) Nell'ex voto  traspare lo spirito e il linguaggio tipico della pietà cristiana: in esso, infatti, la preghiera si fa immagine e diviene autentica e plastica espressione del linguaggio orante che, nato da una  pagina di dolore, reca l'impronta di un atto di fede, sia pure interessato, ma sempre sincero ed umano. (...)     Nell' ex voto dipinto od oggettuale, ad onta della semplicità e povertà dei mezzi espressivi, emerge infinita gratitudine e ricchezza di fede (...). Gli ex voto mariani rappresentano una chiara e persistente testimonianza della fede del popolo cristiano nella potenza mediatrice di Maria (...) "Salute dei malati" e “Aiuto del popolo cristiano". Gli ex voto (...) fanno approdare ai piedi della Madonna l'intero fluire del dolore, delle prove, delle tribolazioni, delle angustie che affliggono l'umanità".

L'inventario del 12 novembre 1845 é la testimonianza di un notevole traguardo nella progressiva evoluzione della devozione del popolo di San Tammaro. In esso si trova scritto: "Nel mezzo del muro di questo altare (maggiore) evvi dipinta in forma quadrata Maria SS. sotto il titolo della Libera, speciale Protettrice del comune, la cui festa con tutta pompa si sollennizza nel lunedì in Albis di ciascun'anno". A questo fa seguito l'inventario compilato per la visita pastorale del 12 giugno 1853, in cui la Madonna della Libera é definita "Principal Protettrice della Parrocchia".

Due sono gli elementi che é necessario cogliere nelle citate fonti: il protettorato della Madonna riconosciuto sia sul comune che sulla parrocchia, e il primo accenno alla festa del lunedì in Albis ignorata dai documenti dei secoli precedenti. E anche quando questi ultimi fanno riferimento alle quattro feste tammaresi, per esse bisogna intendere le due del Patrono (16 gennaio e prima domenica di settembre), quella del Corpus Domini e l'altra della Madonna del Rosario (prima domenica di ottobre).

Sicché é da credere che la festa del lunedì in Albis in onore della Madonna della Libera, con tutto il suo carattere popolare, nacque nei primi decenni dell'Ottocento, epoca in cui, appunto per scopi devozionali e di pubblico culto come le processioni, la santissima Vergine con questo titolo fu riprodotta in una statua a mezzo busto, che purtroppo fu tolta via dalla nostra chiesa negli anni tra il 1940 e il 1960.

Il 1 dicembre 1852 il parroco don Salvatore Ventriglia (1838-1861), stilando un secondo inventario dei beni preziosi appartenenti alla parrocchia di San Tammaro, "provenuti dalle offerte fatte dà divoti  a Maria SS. della Libera", operando precise distinzioni, annotava che tali oggetti  "servono per adornare l'immagine, e la statua della Vergine suddetta".

Grazie a un terzo elenco più completo e puntuale, preparato il 20 gennaio 1861 sempre dal parroco Ventriglia per le consegne al suo successore, siamo informati che la devozione alla Madonna della Libera nei primi decenni dell'Ottocento si era estesa nel circondario, se é vero che fra coloro i quali offrirono i primi oggetti d'oro alla santissima Vergine tra il 1843 e il 1861 comparivano alcune fedeli capuane quali Alessandra e Teresa Di Gennaro, donna Adelaide Spano, Fortuna Basile, Filomena Argenzio, Angela Favella, Raffaela Grande e Grazia Saitto. Nel 1843 e nel 1846 altri due capuani, Luigi Mattiello e don Pasquale Leone, donarono rispettivamente una corona d'argento di oltre due chili per la statua della Madonna e una lampada d'argento di un chilo per la Vergine dell'affresco.

Il 26 giugno 1873, in un inventario redatto per la prima visita pastorale dell’arcivescovo di Capua Francesco Saverio Apuzzo, il parroco don Luigi Tummolo (1866-1885) annotava: "Vi a nella Chiesa la imagine  della S(antissim)a Vergine  della Libera, la quale possiede varii donativi d'oro, una porzione dei quali trovasi tutta ordinata ed unita in un solo ornamento, e questo ora si conserva dal Parroco; l'altra porzione é conservata dal Sig(no)r Capitelli Gennaro, eletto dal Municipio per tale oggetto".

Tutti gli atti di culto che il popolo di San Tammaro offre alla Madonna della Libera gravitano intorno alla statua della santissima Vergine. Questa é interamente scolpita in legno, e poggia su una base lignea ottagonale larga cm. 72 x 66 ed alta cm. 16. La scultura, compresa la base, misura cm. 181 di altezza. La sola  figura della Madonna, che si eleva su un masso di nubi, é di cm. 126.

La santissima Vergine é effigiata rivestita di una tunica di colore rosaceo dalle larghe maniche che arrivano fino ai gomiti; le braccia, visibili dai gomiti ai polsi, sono ricoperte da una sottoveste del colore dell'acqua marina. Un manto celeste adorno di stelle dorate avvolge la persona di Maria, scendendo dalla testa attraverso gli omeri e le braccia fino ai piedi. A sinistra il manto copre per intero la spalla e il fianco, pendendo quasi uniformemente dal braccio leggermente teso verso l'alto. A destra il periplo lascia intravedere delicatamente la spalla e il braccio, rannodandosi al grembo. Il volto della Madonna é quello di una bellissima fanciulla dai tratti sublimi e leggiadri, intenta a contemplare con dolcezza il frutto  divino del suo seno. Da cornice al vaghissimo viso fanno i capelli bruni divisi sulla fronte e ordinatamente raccolti a trecce fin sulle spalle, e lungo il collo perfettamente delineato e posto in evidenza dalla scollatura della tunica. La santissima Vergine con il braccio destro regge il Bambino Gesù dormiente, ravvolto graziosamente in un bianco lino, e lo stringe maternamente al petto, mentre con le dita della mano sinistra tiene disteso il panno. I piedi della santissima Vergine, calzati alla romana, fuoriescono per metà dalle pieghe della lunga tunica, e si adagiano sui palmi delle mani di un piccolo angelo che emerge dalle nubi sottostanti. Completano la scena tre teste di piccoli angeli, copia di quelli originari e di una loro riproduzione, purtroppo trafugati rispettivamente nel 1977 e 1996.

        Alcuni indizi di un certo valore ci orientano verso una datazione anche approssimativa della statua della Madonna della Libera.

Nella cappella intitolata alla santissima Vergine nella nostra chiesa parrocchiale, sulla porta a destra che immette sul presbiterio della navata centrale, é appesa incorniciata una fotografia su tela della sacra immagine, attribuibile ai primi anni del Novecento. Osservandola attentamente ai lati della figura della Madonna si vedono elencati 33 nomi e cognomi, 17 a destra e 16 a sinistra; sotto la didascalia: "Maria S.S. Della Libera - Dono dei suddetti fedeli di New-York"; in alto, sempre rispetto all'effigie della santissima Vergine, a destra c'é la bandiera degli Stati Uniti d'America e a sinistra quella italiana con lo scudo dei Reali di Savoia. I nomi e i cognomi in questione sono i seguenti: Rucco Antonio fu F..,Cardone Carmine fu A…, D’Amore Filippo fu P…, Aiello Domenico fu M…, Rucco Gaetano di G…, Rauso Gaetano fu G…, Violante Gaetano fu G…, Alfano Luigi, Verrillo Pietro fu G…, Verrillo Antonio fu G…, Varrone Giovanni fu F…, Varrone Pietro fu P…, Luongo Agostino, Gravino Pasquale fu B…, Valentino Vincenzo di P…, Di Napoli Francesco di A…, Migliozzi Giuseppe di G…, Gagliardi Luigi di D…, Maccariello Gabriele fu G…, Albano Lorenzo di F…, Leggiero Antonio di P…, Di Caprio Luigi di F…, Di Nardi Antonio fu D…, Di Monaco Giuseppe, Aulicino Giovanni di F…, Dell’Arocco Vincenzo, Bovienzo Giuseppe fu G…, Bovienzo Antonio fu G…, Stellato Francesco, Montesano Domenico fu G…, Dello Nigro Antonio fu A…, Di Caprio Pasquale fu G. e D’Amore Domenico fu P.

Indacando nei registri parrocchiali di San Tammaro ho scoperto che 23 di questi personaggi risultano battezzati qui e nati tra il 1865 e il 1889. Dieci di essi convolarono a nozze in San Tammaro tra il 1894 e 1926. Altri due, Antonio Dello Nigro e Luigi Gagliardi, contrassero matrimonio a New York rispettivamente nel 1912 e 1913. Ancora due, Domenico Montesano e Pietro Verrillo, morirono a San Tammaro nel 1940 e 1926. Erano di certo tutti emigrati negli Stati Uniti negli anni a cavallo tra l’Otto e il Novecento, e avevano un’età media di 28 anni. Francesco Stellato e Lorenzo Albano avevano entrambi una sorella di nome Maria Libera, e anche la madre di Luigi Gagliardi si chiamava Maria Libera; ulteriori ragioni a conferma della loro profonda devozione alla Madonna venerata in San Tammaro.

       Ora è necessario porsi una duplice domanda: i cittadini italo-newyorkesi sopra elencati furono i committenti di una fotografia fatta scattare alla statua della Madonna oppure i finanziatori della scultura della stessa. Sono portato a rispondere affermativamente al secondo quesito, perché credo che l’intervento di 33 oblatori non si sia potuto limitare alla pura e semplice riproduzione fotografica. E poi la didascalia è più che chiara: “Maria SS. Della Libera” è da intendersi riferito al simulacro, come “Dono dei suddetti fedeli di New York” significa che l’opera scultorea è stata realizzata con il contributo economico, ossia con il primo denaro frutto del duro lavoro di Tammaresi emigrati in America, se si considera inoltre che alcuni di essi, come l’Albano, Antonio Verrillo e il Gagliardi a quei tempi non avevano ancora superato il 18° anno di età.

       Dato per verosimile che la statua della Madonna della Libera fu donata dai Tammaresi di New York, quando essa fu scolpita? Alla base della pedana che si usa per portare in processione la sacra immagine è incisa la data del 20 aprile 1908, riferibile a un lunedì in Albis, giorno della probabile inaugurazione della portantina, offerta da M.G. Romano e O. Munno, nomi che si leggono su una targa appostavi. 19 dei suddetti fedeli italo-americani risultavano all’epoca orfani di padri. I decessi dei padri di una parte di coloro che ebbero i natali in San Tammaro si verificarono tra il 24 aprile 1875 e il 2 novembre 1906. Conseguentemente, dovendo prendere come punto di riferimento quest’ultima data, è possibile concludere che la statua della Madonna della Libera fu scolpita tra la fine del 1906 e gli inizi del 1908. Subito dopo, per custodirla, fu costruita la cappella omonima, in delicato stile neoclassico, nel luogo dove si trovava la sagrestia antica della nostra chiesa parrocchiale.

       Due manifestazioni folcloristiche accompagnano la festa, o meglio la processione della Madonna della Libera: “le torce” e “il volo dell’Angelo”.

       L’usanza di far sfilare in processione davanti all’immagine della Madonna un gruppo di fanciulle in abiti tipici che si rifanno all’iconografia mariana, recanti ceri di discrete dimensioni, è senza dubbio abbastanza antica. Ve n’è un accenno negli atti della visita pastorale del 29 ottobre 1710, in cui la consuetudine è indicata come “il passeggiar la torcia”. Va ricordata che allora il vicario generale visitatore audivit quod in d(ict) a Eccl(esi) a in quatuor festivitatibus, bis in festivitatibus S(anc)ti Tammari, sentì dire che nella nostra chiesa in occasione delle quattro feste, e in particolare nelle due di S. Tammaro, adesse abusum deambulandi cum interstitiis, quod vulgo dicitur passeggiar la torcia intra Eccl(esi)am, cum irreverentia, c’è l’abuso di passeggiare a intervallo, come si dice popolarmente passeggiar la torcia in chiesa con irriverenza, quod R(everendissi)mus mand(avi)t fieri extra impsam in eius atrio, cum prohibit(io)ne ut in d(ict)a functione non se immisceant foeminae sub poena arbitrio etc., perciò il reverendissimo (visitatore) ordinò di farlo nell’atrio davanti alla chiesa, con la proibizione che vi si frammischino donne sotto pena a scelta (dei superiori).

       Oggi, a differenza dei secoli scorsi, la sfilata delle torce, caratteristica peculiare della processione del lunedi in Albis, ha assunto piuttosto un aspetto decorativo e un significato devozionale.

       “Il volo dell’Angelo” è uno spettacolo sicuramente importato dagli ambienti limitrofi soprattutto dell’Agro Aversano, che consiste nel prescegliere dei bambini e calarli dall’alto, mediante sicuri meccanismi di corde e carrucole, con lo scopo di farli cantare e recitare preghiere dinanzi alla statua della Madonna all’inizio e alla fine della processione.

       Quando è nata questa tradizione? Un documento di cui disponiamo, la riproduzione di una fotografia degli inizi del Novecento, è un ottimo indizio per collocarne l’inizio all’epoca delle prime processioni con l’attuale statua della Madonna della Libera. Una particolareggiata lettura della fotografia ci orienta verso l’anno 1907. In essa è ritratto il simulacro della santissima Vergine pronto per la processione e addobbato non sulla pedana del 1908, bensì sopra una portantina allestita con buon gusto artistico. Nella gran folla circostante si individuano le donne con le torce, le associate di un sodalizio, gendarmi in alta uniforme, un ecclesiastico “in nigris” e ragazzi in primo piano vestiti a festa. La confluenza ad angolo di due filari di alberi e delle bancarelle con abbondanti serti di castagne secche sullo sfondo fanno ritenere che l’ambiente sia il largo tra la piazza della chiesa e l’imbocco di via D. Bovienzo. A destra e dietro l’immagine della Madonna, la prima seduta e l’altra in piedi sulla portantina, si individuano due figure di fanciulli che a prima vista sembrano essere di cartapesta. Sul lato sinistro, quasi all’altezza della statua, ritto su una scala a pioli appoggiata alla portantina, si vede un uomo corpulento in età matura. Che sia il capo dei promotori della festa? Oppure uno dei Tammaresi benefattori di New York più anziani di cui si è parlato, quali l’Alfano, lo Stellato o il Montesano? Opera di una sovrapposizione manuale, non ancora di un fotomontaggio, un angioletto scende dal cielo e sparge fiori sulla Madonna.

       Non si può dire, osservando bene la scena, che la fotografia ritragga un “volo dell’Angelo” in atto; ma si può sostenere che allora, nel 1907, e ce ne offrono una prova l’angelo sovrapposto a disegno e i fanciulli di cartapesta sul trono della Madonna, a San Tammaro si stava maturando il progetto di realizzarlo come ai nostri tempi.