La  Chiesa  di  S.Tammaro

 

Fonti e Bibliografia

Cenni storici

a cura del Parroco don Felice Provvisto

 

 

Tammaro, santo che occupa un posto rilevante nella storia religiosa, nella tradizione e nella cultura leggendaria di vari luoghi della Campania, ritenuto di origine africana, vescovo di Benevento nel V secolo, morto eremita a Villa Literno, da il nome al territorio in cui geograficamente la parrocchia si configura al comune e viceversa in arcidiocesi di Capua e in provincia di Caserta. S. Tammaro da il titolo prima di tutto alla chiesa parrocchiale.

 

         Questa fu costruita in epoca remota non facilmente individuabile. Negli atti della visita pastorale dell’ 8 maggio 1875 si fa riferimento ad un istrumento dell’ anno 778, con il quale Arechi II  (758- 788 ) principe di Benevento avrebbe fatto dono al monastero di S. Vincenzo al Volturno di alcune “corti “ (terreni e coloni)  “nel vico  che dicesi a S.Tammaro nel territorio di Capua“. Ma nel documento non si fa alcun cenno alla chiesa.

 

         Una ecclesia S. Tammari de monte compare nell’elenco delle chiese soggette alla giurisdizione dell’arcivescovo metropolita di Capua Alfano  (1163-1183), che si legge nella bolla Cum ex injuncto emanata da papa Alessandro III (1159-1181) il 1 marzo 1173 (o1174); questa, però, non può essere identificata con la nostra, in quanto la sua ubicazione era in Dioecesi Ecclesiae Calvensis  (nella diocesi di Calvi ).               

 

         Le Rationes Decimarum  della Camera Apostolica degli anni 1326 e 1327, una sorta di computo dei tributi dovuti per il finanziamento della Curia Romana, una fonte rilevante per la storia ecclesiastica italiana del medioevo, fanno riferimento alla nostra chiesa chiamandola una prima volta (1326) ecclesia S. Thamari , per la quale il suo beneficiario l’abate de Antiniano , titolare di altre nove chiese, versava una parte della somma di quattordici grani. Nelle medesime fonti si trova il riferimento ad una cappellania S. Thamari o S. Tammari, in nome della quale il beneficiario un presbitero di nome Capuano versava nel 1326 la quota di quattordici grani, e nel 1327 una decima equivalente ad un tarì.

 

         Sulla base di tali inoppugnabili documenti si può ritenere, con una buona dose di certezza, che la nostra chiesa sia stata edificata, indubbiamente su una preesistente edicola o cappellina votiva eretta in onore di S. Tammaro, tra la seconda metà del XII secolo e i primi decenni del XIV. D’altra parte gli studi che il prof. Giancarlo Bova di Santa Maria Capua Vetere va conducendo da anni, con lodevole solerzia e rara competenza, sulle pergamene della Chiesa di Capua, ultimamente non solo hanno confermato il nostro fondato convincimento, ma hanno gettato maggior luce sulle origini del sacro edificio, che dovette essere ampliato dopo il 1309 dal munifico conte di Altavilla Bartolomeo de Capua  (1248-1328), logoteta e protonotario del regno al tempo dei re di Napoli gli angioini Carlo II (1285-1309) e Roberto (1309-1343); come pure si viene a sapere che il precedente tempietto di S. Tammaro nel nostro paese può essere fatto risalire agli anni tra il 1057 e il 1059.  

 

          Dalle Rationes Decimarum si apprende anche che già nel Trecento la chiesa di S. Tammaro era governata da un abbas e da un cappellanus. Il titolo di abate si dava all’epoca pure ad un semplice presbyter, il prete titolare e fruitore del beneficio e in genere rettore della parrocchia solo di nome. Il cappellano (equivalente più o meno ad un odierno viceparroco), beneficiario di una porzione delle rendite parrocchiali quasi sempre a discrezione del parroco, era l’incaricato diretto e di fatto della cura delle anime.  

         L’arcivescovo di Capua Cesare Costa (1572-1602), considerata l’esiguità del beneficio parrocchiale e delle relative rendite, con suo decreto del 10 maggio 1593 abolì la cappellania, e affidò la parrocchia di San Tammaro al solo parroco, chiamato indistintamente anche curato o rettore curato.

         Il sacro edificio, situato nella zona occidentale dell’abitato, insiste su una superficie complessiva di circa 700 mq., e confina ad est con un piazzale intitolato alla Madonna della Libera, ad ovest con la strada provinciale che da Capua porta ad Aversa, a nord con la via comunale Domenico Capitelli e a sud con una proprietà privata il cui suolo ancora nell’Ottocento apparteneva alla chiesa.

         La facciata è rivolta ad oriente, come la maggior parte di quelle delle basiliche paleocristiane, si presenta astila, rivestita di semplice intonaco e pare che voglia rifarsi allo stile romanico, in particolare per i motivi ornamentali sottostanti i cornicioni.

         Su di essa si aprono i tre ingressi alle rispettive navate della chiesa su altrettante gradinate. Sulla porta principale si vede una nicchia che ospita una statua in stucco raffigurante la Madonna della Libera, di limitato valore artistico. Sulla porta di destra si trova una nicchia di dimensioni minori appena incavata, con un dipinto di S. Tammaro prodotto su piastrelle maiolicate. Una nicchia simile con una raffigurazione di S. Michele Arcangelo si nota sull’altra porta. Le due pitture laterali furono eseguite presso la fabbrica napoletana di G. Campagna negli anni quaranta del secolo scorso, perché sostituissero insieme con la statua della Madonna preesistenti e più pregevoli affreschi del XVIII secolo.

         La chiesa ha una pianta a croce latina ed è a tre navate, che confluiscono in un ampio e luminoso transetto. L’interno, lungo m. 26.45 e largo 16 (largo invece m. 17.65 nel transetto), appare essere quello di un luogo di culto in cui armoniosamente e mirabilmente lo stile tardo-barocco si sposa con il gusto neoclassico, nonostante i molteplici e notevoli rimaneggiamenti degli ultimi tre secoli.

         All’ingresso principale fa da volta la cantoria con un’imponente balconata, che risale alla prima metà del XIX secolo, quando fu ricostruita per sostituire la precedente del Settecento, più piccola, che a sua volta aveva rimpiazzato il fatiscente organo originario sospeso ad un arco a sinistra.

         La navata centrale, alta m. 9, è ricoperta da un cassettone ligneo suddiviso in sedici riquadri di varia misura, finemente decorati con cornici e rosoni in rilievo indorati, e con putti e festoni pitturati, che fa da nobile e degno contorno ai cinque dipinti della volta. La ricca, pregevole, nonché rara opera d’arte, che associa questa chiesa a quelle più rilevanti delle zone di Caserta e Marcianise, tanto per limitarsi alla sola nostra Arcidiocesi, va collocata in un’epoca compresa tra gli ultimi anni del Seicento e i primi del Settecento, e a buon diritto potrebbe essere attribuito alle maestranze di quegli stessi abili intagliatori e decoratori che lavorarono nelle due suddette città.

         Il dipinto centrale, che è quello di dimensioni maggiori, raffigura la Madonna della Libera con S. Tammaro e S. Francesco d’Assisi. La presenza di questo Santo, che nel luogo non riscuote un culto particolare, avvalora maggiormente la pur approssimativa datazione del soffitto,commissionato con molta probabilità da don Francesco de Caprio  (1698-1714), l’unico parroco di San Tammaro del  XVIII secolo così chiamato, che per devozione verso il serafico Padre di cui portava il nome dovette farlo inserire nel quadro. I quattro dipinti laterali, anch’essi anonimi, di simili ma inferiori dimensioni rispetto al precedente, raffigurano, guardandoli rivolti all’ ingresso, quello a sinistra il profeta Isaia, e l’altro il profeta Geremia; i due in prossimità del primo arco trionfale rappresentano, quello a sinistra il re Davide, e l’ altro il re Salomone.               

         L’interno colpisce per la dovizia degli stucchi decorativi, che con armonici giochi di puttini, cornici, rosoni, conchiglie, cartocci e festoni distribuiti con elegante simmetria ornano le pareti superiori, le finestre, gli archi, le volte del transetto e del presbiterio e la cupola. 

         I pilastri più vicini all’ ingresso sorreggono due acquasantiere del XVIII secolo, e quelli del primo arco trionfale recano due epigrafi, che ricordano la data della consacrazione della chiesa, il 19 novembre 1776, e l’ altra i restauri eseguiti negli anni dal 1969 al 1976. 

         La cupola si innalza fino al suo vertice per un’altezza di m. 20.80, ha un diametro di m. 5.80 e la sola lanterna misura m. 3.40. E’ un autentico gioiello di architettura barocca. Si regge su quattro archi e su altrettanti massicci pilastri polistili, adorni di lesene con candeliere e capitelli corinzi e intonate decorazioni di stucco. Il primo arco trionfale è abbellito da un finissimo cartoccio con festoni, sul quale si legge: HIC QUI PETIT ACCIPIT MDCCXXXXI (In questo luogo chiunque chiede riceve. 1741). 

         L’area presbiteriale nel corso dei restauri degli ultimi anni Settanta fu assoggettata a notevoli trasformazioni. Allora fu abbattuto il tempietto settecentesco con l’ icona su parete della Madonna della Libera anteriore al XVII secolo;fu smembrato l’antico altare marmoreo;fu rimossa la balaustra in ferro lavorato; furono asportati gli originari marmi bianchi pavimentali e sulla parete absidale fu aperto un finestrone centrale di circa 5 mq. 

         Nel 1990 si intraprese una meticolosa opera di ripristino di questa zona. Il 7 marzo 1991 fu collocato al centro della parete absidale il Crocifisso ligneo scolpito dallo scultore Paul Moroder Doss di Ortisei  ( Bz ). Il 15 ottobre 1992, chiuso il finestrone, che essendo di eccessive dimensioni gettava troppa luce solare nella navata con disagio dei fedeli, si lasciò il solo vano di una finestra, corrispondente più o meno a quella originaria, che si chiuse con una vetrata con la raffigurazione di S. Tammaro, eseguita presso gli studi di   “Vetrate Artistiche Fiorentine “ di Sesto Fiorentino ( Fi ). Nel marzo del 1995, dopo un accurato restauro, furono sistemati sulle pareti laterali del presbiterio i due dipinti su tela raffiguranti quello a sinistra la Madonna delle Grazie (o del Suffragio o del Purgatorio del XVII- XVIII secolo), e quello a destra l’ Immacolata Concezione (XVIII secolo). Nel febbraio del 1996, infine, fu inaugurata l’opera di ricomposizione dell’antico altare maggiore.

         L’ampio e luminoso transetto, con le volte a botte ornate di ricchissimi stucchi, ospita gli altari della Madonna del Rosario e di S. Tammaro. Il primo, fondato dalla locale famiglia Forgillo, è anteriore al 1609 e in passato fu officiato dalla confraternita del SS. Rosario e dalla Congregazione di Carità, qui istituita il 18 ottobre 1869 e oggi soppressa. La statua lignea della Madonna è del primo decennio del Settecento. L’altare di S. Tammaro fu costruito a spese dei fedeli prima del XVII secolo, ed era curato dalla Confraternita del SS. Corpo di Cristo oggi scomparsa. In origine aveva una pala costituita da un dipinto raffigurante il Santo patrono e titolare, e su di esso si venerava una reliquia della mascella di S. Tammaro andata perduta, forse per trafugamento, alla fine dell’Ottocento, attualmente sostituita da una molto più piccola. In una nicchia sovrastante l’altare, abbellita da una massiccia cornice accartocciata di stucco, si venera la statua lignea del santo Protettore, collocabile tra il 1635 e il 1672.La sacra immagine viene esposta alla venerazione dei fedeli e portata in processione due volte l’ anno, la domenica dopo il 16  gennaio, giorno liturgico della solennità del Santo, e il lunedì in Albis, in occasione della festa della Madonna della Libera.

         Le due navati laterali, simili tra loro e con volte a botte, nella struttura e nelle decorazioni si presentano molto più semplici rispetto al resto della chiesa. Ognuna di essa è separata da quattro archi poggianti su relativi pilastri polistili dalla navata centrale e dal transetto.

         In prossimità dell’ingresso alla navata di destra c’è il battistero antico, depauperato del coperchio piramidale e del cancello di ferro durante gli ultimi restauri. Il primo altare di questa navata è dedicato al S. Cuore di Gesù, di cui si venera una scultura in cartapesta dell’artista casertano Giuseppe De Sanctis, datata 19 aprile 1930 e restaurata nel 1999. Questo sostituì l’antico altare del Purgatorio, fondato a spese dei fedeli nel secondo decennio del Seicento e officiato dalla estinta Confraternita del Monte dei Morti; la sua cura nell’Ottocento passò alla Congregazione di Carità e poi all’ Associazione dell’Apostolato della Preghiera istituita il 14 giugno 1922. L’altro altare, dedicato all’Immacolata Concezione con una ottocentesca statua in cartapesta della titolare, fu costruito con le offerte del popolo nei primi anni del XVII secolo; officiato dalla Confraternita del SS. Corpo di Cristo, fu da questa ricostruito per disposizione testamentaria di Francesco Peccerrillo dell’11 settembre 1677. Sulla porta di accesso della sacrestia è collocato un dipinto su tela di S. Nicola di Bari (XVII-XVIII secolo), che dalla prima metà dell’Ottocento sostituisce una precedente raffigurazione della Vergine Addolorata.

          Vicino alla porta di ingresso alla navata sinistra si trova un trittico di nicchie che ospitano quella centrale una statua in cartapesta della Madonna di Montevergine dei primi decenni del Novecento, quella a destra una scultura in cartapesta di S. Ciro della medesima epoca, e l’altra una statua lignea di S. Luigi Gonzaga del XIX secolo. Il primo altare di questa navata è intitolato a S. Michele Arcangelo; fu fondato nei primi decenni del XVIII secolo dall’omonima e coeva Confraternita, approvata con regio decreto del 4 febbraio 1778 ma oggi estinta; su di esso troneggia una bellissima e interessante statua lignea del Santo titolare, scolpita tra il 1720 e il 1725. Segue l’altare o cappella della santissima Vergine Addolorata; fu costruito nel Cinquecento dalla locale famiglia Fusco, che lo intitolò alla vergine e martire S. Caterina d’Alessandria, effigiatavi in un affresco insieme con S. Sebastiano ai piedi dell’Addolorata. Estintasi la famiglia fondatrice e beneficiaria, nell’Ottocento la sua cura passò al parroco; ancora nel XIX secolo è collocabile l’attuale sistemazione dell’ottocentesca statua lignea dell’Addolorata accanto ad un Crocifisso di cartapesta del Novecento.

         Dalla navata sinistra e dal transetto si accede direttamente alla cappella della Madonna della Libera, che dal 1990 è anche cappella del SS. Sacramento. In puro stile neoclassico, con pianta a croce latina, risale ai primissimi anni del Novecento, quando fu costruita sul sito della sagrestia antica per custodire la venerata immagine della Madonna. La navata, compresa la piccola area presbiteriale, è lunga m. 9.36 e larga m. 3.79, mentre il transetto misura m. 8.60 di lunghezza e m. 3.82 di larghezza. Le volte dell’unica navata e del transetto sono a botte; sui quattro archi e i rispettivi pilastri centrali si adagia il cupolino; tre ampi finestroni a code di pavone danno abbondante luce all’ interno. Sul novecentesco altare marmoreo è incavata l’ imponente nicchia in cui si conserva la statua in legno della Madonna della Libera, che risale ai primi anni del XX secolo. In tre nicchie scavate nelle due pareti di fondo del transetto e in quella sinistra della navata rispettivamente si custodiscono la statua lignea della Madonna del Carmine (XIX secolo), la statua in cartapesta di S. Anna (XIX secolo) e la statua in gesso S. Teresa di Gesù Bambino (XX secolo).

         Il campanile a vela è di forma quadrilatera, alto m. 18 e largo m. 4.50, si innalza tra la chiesa e l’ottocentesco oratorio della Confraternita della SS. Corpo di Cristo e si presenta suddiviso in quattro sezioni che sono la base, due dadi e la cuspide; la sua costruzione può essere collocata tra il XVIII e il XIX secolo. Otto finestre monofore con archi a tutto sesto, due su ogni facciata, illuminano l’ interno, mentre una scala in ferro costruita nel 1990 conduce comodamente alla cella campanaria che ospita quattro campane. La maggiore, fusa da Gennaro Rossi nel 1871 su commissione del parroco don Luigi Tummolo (1866-1885), pesa kg. 360; la seconda, del peso di kg. 160, fu costruita presso la fonderia Camerchioli nel 1835 al tempo del parroco don Giuseppe Castiello (1831-1838); la terza che pesa kg. 45, è del 1849, epoca del parroco don Salvatore Ventriglia (1838-1861); la più piccola, del peso di kg. 34, fu fusa a Napoli nella dittta Capezzuto nel 1965 a spese dell’Associazione dell’Apostolato della preghiera.