SAGGIO

DI

MICHELE MINGIONE

DEL

 

 COSTUME DELLA DONNA DI SAN TAMMARO NEL 18° SECOLO

 

 

 

 

1Gouache_Donna_di_S

 

Gouache Donna di San Tammaro - Copia del 1785 dello stesso Alessandro d’Anna

Firenze - Palazzo Pitti - Museo degli Argenti.

 

INTRODUZIONE

 

 Appassionato da sempre a tutto ciò riguardasse il mio Paese natio, ritrovandomi un giorno in un negozio di quadri mi posi ad osservare con attenzione un dipinto in cui era raffigurata una donna in costume d’epoca, e con mio grande stupore  lessi la didascalia “Donna di S.Tammaro”; preso da grande emozione chiesi al negoziante da dove provenisse il dipinto, e questi rispose che era una riproduzione ricavata da una raccolta di pitture sui costumi del Regno di Napoli del XVIII secolo. Accresciuto quindi il mio interesse mi posi alla ricerca di notizie dei suddetti costumi e così dopo estenuanti  e continue ricerche la mia perseveranza fu premiata  scoprendo tutto ciò che interessava.

San Tammaro  8 marzo 2003                                                                                              Michele Mingione di D.co

 

 

Un grazie particolare a don Felice Provvisto.

 

 

Il costume della donna di San Tammaro nel 18° secolo

 

     Il dipinto è una tempera a gouache (tecnica di pittura intermedia tra la tempera e l’acquerello) su carta che ritrae la donna di S.Tammaro nel suo tradizionale costume della festa (fig. in copertina). Eseguito da Alessandro d’Anna (Palermo 1746 – Napoli 1810) nel 1785 è tuttora conservato presso il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti in Firenze. Esso raffigura il costume di una donna e quello di un ragazzo seduto su di un muretto che tiene a se un cane, sullo sfondo  la chiesa parrocchiale (non troppo corrispondente all’allora ed  odierna realtà), il tutto incorniciato in un passe-partout dipinto e accompagnato dalla didascalia con il nome della località cui l’abito fa riferimento.

    Il dipinto ci da  la possibilità di conoscere la fattura degli abiti che nei giorni di festa  indossavano le donne e i ragazzi a S.Tammaro nel lontano 1700.

    Il costume della donna è costituito da:

-         camicetta bianca di lino ricamata;

-         corpetto a maniche lunghe di color blu turchese;

-         gonna larga a pieghe color granata lunga fino alle caviglie, guarnita all’estremità da due fasce di raso argentato di diversa larghezza ;

-         giubbetto dello stesso colore della gonna, orlato da merletto di lino bianco a ricamo e recante nella parte alta di ciascuna manica due galloni di raso argentato;

-         grembiule bianco di lino orlato da ricamo;

-         mantellina bianca di lino orlata da merletto a ricamo;

-         copricapo color oro di lana lavorato ai ferri;

-         calze blu turchese di filo di cotone lavorate ai ferri;

-         scarpe  di cuoio con tacco basso;

-         collana di coralli a sei fili;

-         orecchini d’oro a pendolo;

-         corona di Rosario.

    Il costume del ragazzo è costituito da:

-         camicia bianca;

-         fazzoletto bianco

-         camiciola rossa (ossia gilè) con una fila di bottoni di stoffa e corrispondenti asole;

-         pantalone blu lungo appena sotto al ginocchio;

-         giamberghino1  blu con coprimaniche risvolte;

-         fasce di tela bianche avvolte sulle gambe;

-         scarpe di cuoio nero con fibbia e tacco basso;

-         cappello nero di feltro a falda larga.

Il costume popolare tammarese, come gli altri del Regno di Napoli, solitamente tendente a ricalcare gli abiti dei nobili, era di buona fattura e perciò in contrasto con le misere condizioni generali della gente. La spiegazione di ciò è da ritrovare nel significato profondo del costume popolare e cioè di simbolo di identità locale ed orgoglio di una comunità per la quale esso rappresentava la propria dignità e storia.

    In questo senso si spiega la particolare cura che era rivolta ad uno oggetto così carico di significati, che costituiva nell’ambito familiare una ricchezza da proteggere e tramandare e il segno della propria collocazione sociale.

    E’ da ricordare inoltre che, in una situazione economica difficile, esistevano realtà economiche diverse: da un discreto benessere di alcune classi lavoratrici (piccoli proprietari terrieri  detti massari) che si potevano permettere un costume più o meno sfarzoso, a situazioni intermedie (artigiani) in cui il costume, mantenendo alcune sue caratteristiche, era privo degli elementi di maggior prestigio, fino a condizioni di grave indigenza (contadini poveri e braccianti), per i quali il costume rappresentava un lusso impossibile.

    La manifattura del costume era tutta artigianale e le stoffe che lo componevano, parte venivano comprate ( damaschi2, velluto, ermesino3,     scotto4) per confezionarne giubbetti, corpetti, gonne, cappotti, giamberghe, pantaloni e parte venivano prodotte e tessute nello stesso luogo (canapa e lino) per camicie, calze, sottogonne, sottocalzoni, fazzoletti , grembiuli.

    Le fibre tessili di canapa e lino5 venivano coltivate nelle campagne di S.Tammaro, e a lavorazione ultimata, parte veniva venduto e parte veniva filato e tessuto pazientemente  dalle donne con fusi e telai per poi confezionarne abiti e corredi di ogni sorta da donne cucitrici e ricamatrici.

    In proposito si riportano alcuni tratti di un atto notarile del 1728 “Capitoli, Patti e Condizioni di Futuro Matrimonio” tra due giovani sposi di S.Tammaro, il magnifico6 Agostino Mingione figlio del fù Angelo e la magnifica Antonia Forgillo figlia del fù Desiato, rogato dal notaio tammarese Alessio Gaudiano in cui si descrivono, tra le altre cose, gli indumenti e gli ori che la donna portava con se nella nuova casa e famiglia che si andava formando.

Per contemplazione e causa del qual matrimonio, e per li pesi, per detto magnifico Agostino, più comodamente sopportandi, il magnifico Matteo Forgillo dotando sua sorella Antonia, tanto dè suoi beni proprij quanto dè beni tanto paterni, quanto materni, promette in dote in nome di dote e per le doti principali della medesima, ducati quattrocento, , quali il medesimo magnifico Matteo ha promesso, e si è obligato dare, pagare, e consegnare a detta magnifica Antonia sua sorella, et al detto magnifico futuro sposo della medesima qui presente, et a ciascheduno d’essi futuri sposi fra il spazio e tempo d’anni tre continui decorrendi, e numerandi dal dì si contraherà  detto matrimonio. E per corriero, e beni mobili corredali detto magnifico Matteo ha promesso, e si è obligato dare e consegnare a detti futuri sposi, et a ciascheduno d’essi, et nel dì si contraherà detto matrimonio li seguenti beni mobili: Otto lenzola, due di tela curata, e sei di tela ignadana7, otto camise di tela ignadana con loro petti, cioè sei di tela curata, e due di orletta8, otto cuscini con loro facci9, cioè quattro di orletta, e quattro di tela curata guarniti con pezzilli10, due matarazzi di lana di prezzo ducati dodici, uno intornaletto11 di orlettone guarnito con pezzilli di prezzo carlini trentacinque, una coverta di lana di prezzo ducati sei, uno saccone di tela nuovo, braccia12 trenta di tela a pepariello per salvietti, e tovaglie di tavola , rama nova lavorata in varij pezzi libre13 sessanta, due baugli (bauli) di prezzo ducati sedici. E più detto magnifico Matteo ha dato in dono a detta sua sorella li seguenti altri beni: due vestiti di scotto color celeste, un corpetto di drappo, una gonnella di damasco, due avantesini14 di orletta, quattro maccatora15 di orletta guarnite con pezzilli , quattro tovaglia di faccia, una tovaglia di rezza16 con pezzilli, ducati trenta di oro lavorato in varij pezzi, ed altre galanterie che si ritrova la sudetta magnifica Antonia per ornamento di sua persona.

LA STORIA 

    Quella della Donna di S.Tammaro, fa parte di una raccolta fiorentina costituita da 208 gouaches  che hanno come soggetto i costumi popolari del Regno di Napoli. Le gouaches, che facevano parte delle proprietà granducali toscane, giunsero in questo Stato in diverse fasi e probabilmente tutte attraverso il canale ufficiale della corte, considerati gli stretti rapporti di parentela che univano le due dinastie dei Borbone e dei Lorena.

    Le prime 42 gouaches, relative alla provincia di Terra di Lavoro, furono portate in Toscana  nel 1785, in occasione di un viaggio di Ferdinando IV e  sua moglie Maria Carolina, e si trovavano tra altri oggetti portati in dono ai Lorena.  E’ da precisare che, le suddette tempere non sono quelle originali della ricognizione in Terra di Lavoro effettuata dai due pittori Alessandro d’Anna e Antonio Berotti nel 1783, ma delle riproduzioni commissionate allo stesso Alessandro d’Anna e Francesco Progamia per essere portate in dono ai Lorena, e che si distinguono dalle prime gouaches, oltre che per la dimensione leggermente ridotta dei fogli, per una particolare grazia ed accuratezza di realizzazione.

    Le 42 riproduzioni portano la data del 1785 e solo 20 di esse furono a firma di Alessandro d’Anna e sono: Donna di Venafri (Venafro), Zitella di Venafri (Venafro), Donna di Conca di Venafri (Conca Casale in Molise), Donna di Scavoli (Scapoli in Molise), Donna di S.Giovanni a Teduccio, Donna di Traetto e veduta del Garigliano (Minturno), Donne di Cascano, Donna di Gallo di Prata (Gallo), Donna di S.Tammaro, Donna di Cippano (Ceppagna in Molise?), Donna di Casteforte (Castelforte  del Lazio), Donna di Pozzillo (Pozzilli in Molise), Donna di Santa Maria di Capua (S.Maria C.V.), Donna di Casullo (Casoria ?), Donna di  Torre di Francolisi (Francolise), Donna di Aversa, Donna di Piedimonte di Sessa (Piedimonte), Uomo e Donna di Frattamaggiore, Uomo e Donna di Rocca Pipirozzi (Roccapipirozzi in Molise) e Uomo e Donna di Marzano (Marzano Appio).

    La collezione dei Costumi Popolari del Regno di Napoli fu voluta ed organizzata nel 1783 dal re di Napoli Ferdinando IV di Borbone. Ma il vero ispiratore del progetto fu il marchese Domenico Venuti nel periodo che diresse la Real Fabbrica Ferdinandea di Porcellane17. Questi con spirito illuminato riordinò la Fabbrica in declino e nell’ambito della ricerca di nuovi temi da raffigurare sulle porcellane propose al re una ricognizione dei costumi popolari del Regno affidando il lavoro ai due pittori Alessandro d’Anna e Antonio Berotti.

    L’interesse per i costumi popolari durante il settecento era già forte in tutta Europa e la curiosità per l’inedito, il nuovo e l’esotico, portò un rinnovato interesse verso questo settore e nel Regno di Napoli coincise con una realtà straordinariamente ricca di varietà di abbigliamenti,  poiché ogni piccolo e sperduto paese poteva vantare un suo costume, nel quale la comunità si riconosceva e che rappresentava una identità locale orgogliosamente indossata e che nei giorni festivi si arricchiva di colori smaglianti e di elaborate fatture.

    La storia della missione è conosciuta tramite numerosi dispacci  conservati presso l’Archivio di Stato di Napoli, che costituiscono la corrispondenza intercorsa tra il re Ferdinando IV e il marchese Venuti.

    La missione ebbe inizio con un concorso indetto all’interno della Real Fabbrica della porcellana di Napoli, per l’assegnazione a due pittori dell’incarico di documentare con i loro pennelli i vari modi di vestire dei sudditi del Regno di Napoli. Come prova d’esame i concorrenti ritrassero in diverse pose una giovane luciana (così venivano chiamate le popolane del quartiere di S.Lucia di Napoli), e sua maestà in persona Ferdinando IV scelse come migliori i disegni di Alessandro d’Anna e Saverio della Gatta, due artisti già esperti nel settore della riproduzione di costumi. Per motivi che non si conoscono Saverio della Gatta rinunciò all’incarico e fu sostituito da Antonio Berotti. A Berotti e d’Anna fu assegnata una paga mensile rispettivamente di 50 e 25 ducati a partire dal primo febbraio 1783. La prima provincia ad essere visitata fu la vicina Terra di Lavoro (solo in parte,oggi rappresentata dalla provincia di Caserta) e tra il febbraio e il giugno del 1783 i due pittori completarono il giro di ricognizione dei vari paesi e cittadine della provincia, fra cui il nostro villaggio di S.Tammaro dove realizzarono il gouache della donna di S.Tammaro, ritenendo l’abito che le nostre donne, allora, indossavano: significativo, esclusivo ed attinente alle reali istruzioni loro impartite e che, del resto, il re già  aveva avuto modo di apprezzare dal vivo nei suoi numerosi passaggi per S.Tammaro nel recarsi alla caccia a Carditello.

    La missione venne interrotta dopo due anni e mezzo, e quando riprese nel gennaio del 1786 dalla provincia di Salerno, Alessandro d’Anna risulta sostituito da Stefano Santucci. La coppia ormai fissa di Berotti e Santucci percorrerà per gli anni successivi tutto il regno e la loro missione tra soste ed interruzioni varie durerà per ben 15 anni. 

     A Carditello nell’anno 1787, il re espose le gouaches originali fino ad allora eseguite, cioè quelle della provincia di Terra di Lavoro, eseguite da Alessandro d’Anna ed Antonio Berotti,  e quelle della provincia del Principato Citeriore (Salerno, Sala, Campagna e Vallo) e Terra di Bari, eseguite dalla nuova coppia di pittori Antonio Berotti e Stefano Santucci.

    Probabilmente la scelta del Real Sito di Carditello era dovuta al fatto che nel medesimo aveva il suo studio il pittore di corte Jacob Philipp Hackert, che proprio in quegli anni lavorava per il Re alla redazione delle vedute dei porti del Regno.

    Come è noto, Carditello, realizzato dal Collecini nel 1787, nacque da un preciso programma che rispondesse alle idee più innovative della cultura illuminista dell’epoca, concretizzando in esso un modello aziendale per lo sviluppo dell’agricoltura, sostenuto dall’insediamento di una colonia e  dove tra l’altro si allevavano cavalli, mucche e si producevano formaggi.

     Ma la costruzione di Carditello doveva rispondere , conforme agli altri siti, all’esigenza prioritaria di  residenza reale e casino di caccia; pertanto furono previsti dei bassi stalloni e rimesse per accogliere animali e attrezzature agricole fra le quali erano interposte delle torri per abitazione dei coloni, e centralmente un corpo di fabbrica per la residenza reale. Sebbene frequentata dal Re quasi esclusivamente per i suoi divertimenti di caccia, la dimora fu riccamente arredata e la decorazione interna delle sale affidata ad artisti di successo tra cui J.P. Hackert che nel 1791 affrescò quelle della palazzina reale con vedute panoramiche della campagna tammarese

 

2Affresco campagna tammarese

 

e scene di vita agreste in cui Ferdinando IV si fece ritrarre, in abiti simili ai contadini del luogo, con tutta la sua famiglia: La Mietitura

 

3Affresco mietitura

 

e La Vendemmia  purtroppo oggi molto compromessi dal tempo e in special modo dall’uomo durante l’occupazione di Carditello da parte dei Garibaldini nel 1860.

 

4Affresco vendemmia

 

    Le scene di vita agreste furono riprodotte anche su tela e attualmente custoditi presso il Museo Nazionale di San Martino a Napoli.

5La mietitura nella Tenuta di Carditello

 

 

 

6La vendemmia nella Tenuta di Carditello

 

    Nel Sito Reale di Carditello lavorò anche il pittore Alessandro d’Anna realizzando, su carta e in acquerello, una veduta panoramica del Sito medesimo, attualmente pure conservato presso il Museo Nazionale di S.Martino a Napoli.

 

7Veduta panoramica di Carditello

 

    Caduta la dinastia borbonica nel 1860, Carditello iniziò il suo lento ed inarrestabile declino. Infatti, passato ai beni della corona dei Savoia fù donato nel 1919 all’Opera Nazionale Combattenti che ne lottizzò quasi totalmente i terreni a beneficio dei combattenti e delle classi sociali disagiate; nuovamente ceduto in donazione nel 1952 a favore del consorzio di bonifica del bacino inferiore del Volturno, questi se ne servì come alloggio per i suoi uffici senza preoccuparsi d’altro, e oggi che gli uffici sono stati chiusi, Carditello è stato lasciato al suo infausto destino di abbandono, degrado e sistemiche depredazioni, rendendolo strumento di vergogna a quanti ne riconoscono l’alto valore di patrimonio artistico e culturale.

    L’unico segnale positivo attualmente spuntato all’orizzonte è quello della Regione Campania che sembra voglia acquisirne la proprietà, colla speranza che riporti Carditello agli antichi splendori .

    Ritornando all’argomento principale, i guazzi più belli secondo la critica furono quelli di Alessandro d’Anna il quale non si limitò a raffigurare l’abito, ma costruì intorno alla figura un’ambientazione del luogo al quale l’abbigliamento si riferiva.

    Le tempere man mano realizzate venivano spedite alla Real Fabbrica di Porcellane in Napoli, trovando poi la loro applicazione in miniature:

-         decorazione di porcellane;

-         realizzazione di stampe;

-         piccole gouaches ;

-         figure in statuette di porcellana.

    La decorazione su porcellana venne eseguita su di un servizio da tavola nel 1784 denominato Primo Servizio delle Vestiture del Regno nel quale troviamo riprodotta su di un piatto piano la donna di S.Tammaro  appartenente ad una collezione svizzera.

 

8Miniatura su ceramica della donna di San Tammaro

 

    Negli anni successivi vennero realizzate le stampe la cui vendita venne data in esclusiva al negoziante Vincenzo Talani che pubblicherà nel 1793 assieme a Nicola Gervasi la “Raccolta di sessanta più belle vestiture che si costumano nelle provincie del Regno di Napoli”, ma siccome venivano poste in commercio riproduzioni di stampe non provenienti dalla Real Fabbrica, nel 1795 fu stabilito un monopolio che proibiva le stampe e la vendita di immagini di costumi popolari prodotte sia dentro che fuori il Regno di Napoli. Tuttavia essendo stati gli ordini non rispettati, per la forte richiesta di costumi popolari, fu necessario l’anno successivo pubblicare un editto in cui l’esclusiva Reale veniva riconfermata e ampliata non solo alle stampe ma anche a quelle realizzate a tempera.

    I disegni originali tratti dalle gouaches, per effettuarne le incisioni, furono eseguiti quasi tutti dallo stesso Alessandro d’Anna ed incisi a Roma  dall’incisore Secondo Bianchi e da altri18. L’incisione a stampa della donna di S.Tammaro  fa parte della raccolta suddetta ed in essa  si riscontrano delle notevoli differenze rispetto al prototipo gouache (scomparsa delle abitazioni attorno alla chiesa con l’aggiunta all’entrata della stessa di uno scalone, presenza di un monte alle spalle della figura femminile nella quale si notano numerose differenze: copricapo, numero giri di collana, alla quale vi è  l’aggiunta di un crocifisso, la mano sinistra che porta in su il grembiule, scarpe con la presenza di fibbie d’ottone).

 

9Immagine a stampa della donna di San Tammaro

 

    Si ritiene che lo stesso Alessandro d’Anna abbia provveduto a realizzare numerose ripetizioni in proprio, spinto dal successo ottenuto dai guazzi e dal fatto di avere di nuovo aperto bottega, per essere stato sostituito nella successiva ripresa del giro di ricognizione nelle province del Regno.

    La prima serie di figure in porcellana venne eseguita in occasione del primo servizio delle vestiture e realizzate come completamento dei servizi di piatti per essere articolati in dessert e destinate quindi alla decorazione della tavola. La donna di S.Tammaro la si trova riprodotta in biscuit (figurina di porcellana non verniciata), attualmente presso il museo degli Argenti di palazzo Pitti a Firenze,

 

10Biscuit donna di San Tammaro

 

ed esiste anche un biscuit di dimensioni ridotte appartenente ad una collezione privata (questa figurina ridotta ha delle piccole differenze come il capo maggiormente rivolto a sinistra e il minor movimento del grembiule).

 

11Biscuit ridotto donna di San Tammaro

 

    I gouaches appartenenti al primo servizio delle vestiture, furono  ritrovati anni or sono nei depositi di palazzo Pitti; restaurati, vennero presentati in mostra nello stesso palazzo nel 1991 e successivamente a Napoli  presso il museo Duca di Martina.

NOTE

-1. Deriva da giamberga, indumento caratteristico del 700. Ampia e lunga fino al polpaccio, a falde quadre davanti e dietro, apertura dritta con bottoni e occhiellatura dall’alto in basso, maniche la cui lunghezza non arriva ai polsi, alti e larghi paramani, tasche davanti e dietro con alette sagomate.

-2. Drappo di seta, fatto a fiori e a disegni, su fondo di raso. Tecnica usata nella città di Damasco in Siria, da cui ne deriva il nome.

-3. Tessuto di seta leggero di gran pregio con fili di più colori, proveniente dalla città di Ormuz nel golfo Persico.

-4. Drappo di lana rasa, più dura e meno morbida della flanella, proveniente dalla Scozia.

-5. Si ritiene che la canapa e il lino siano entrati a far parte della coltura nelle campagne di S.Tammaro e nei paesi del circondario grazie ai traffici commerciali che, nel medio evo, la città di Capua intratteneva con commercianti rumeni e del mar nero. La canapa e il lino importate dall’Asia trovarono un habitat possibile grazie alle zone paludose ed acquitrini  esistenti nelle nostre zone, come la zona detta Padula in via Colonna, anticamente detta Padula di S.Nicola (vedi pag. 97 de “Le Pergame Sveve della Mater Ecclesia Capuana II” di Giancarlo Bova). Sappiamo che già al tempo di Federico II la canapa e il lino erano tassati, per cui è da ritenere che le fibre tessili siano state introdotte prima della detta epoca.

-6. Titolo attribuito  a persone facoltose, agli Eletti dell’Università (Sindaci del Comune),  ai notabili, ecc.. Entrò in disuso con l’avvento dei dettami della Rivoluzione Francese. 

-7 grezza?, non curata?, grossolana?.

-8. Stoffa orlata.

-9.stoffe, più o meno lavorate, che si poggiavano sulla faccia esposta del cuscino.

-10. Merletti. 

-11. fascia di stoffa orlata con merlettoni che adornava il letto tutto intorno. 

-12. Unità di misura lineare corrispondente a cm 69,8. 

-13. Libbra, misura di peso, nel Regno di Napoli corrispondente a gr. 320.

-14. Grembiule.  

-15. Fazzoletti. 

-16. Tovaglia a rete.

-17. La fabbrica di porcellane di Capodimonte di Napoli sorse intorno al 1710. Ferdinando IV nel 1771 stabilì la fabbrica nel reale palazzo di Portici e l’anno dopo la trasferì  nell’area antistante il palazzo reale di Napoli allorché suo padre Carlo III, divenuto nel 1759 re di Spagna, trasferì dalla real fabbrica di Capodimonte materiali, maestranze e lavoranti nella manifattura madrilena del Buen Retiro. Successivamente, durante il XIX secolo, le porcellane ebbero un tramonto per cui la fabbrica passò in varie mani  private, finchè Ginori di Doccia acquistò gli stampi delle porcellane assicurandosi il diritto di riprodurli e di usare l’antico marchio di Capodimonte.

 -18. Grazie alla segnalazione dell’editore Marzio Grimaldi fu possibile rintracciare presso una collezione privata napoletana la raccolta completa. Di questo volume esistono numerose tavole isolate di cui un cospicuo numero è conservato presso l’Archivio di San Martino e presso il mercato antiquario in Napoli.

BIBLIOGRAFIA